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Recensione di Angelo Leonardi per All About Jazz – maggio 2011

Ogni titolo di questo disco si riferisce a un particolare organismo del mondo marino. In copertina non è indicato il nome del compositore e non sappiamo chi dei due musicisti abbia voluto manifestare il suo interesse per l’universo sommerso: è probabile che sia una scelta condivisa per sottolineare la particolare alterità della loro ricerca. La collaborazione tra Luciano Caruso e Luigi Vitale si snoda entro le coordinate espressive della libera improvvisazione: è noto che il riferimento del sassofonista è Steve Lacy, di cui è stato anche allievo nei primi anni Novanta, e l’impronta di quel modello è evidente.

Il percorso musicale è caratterizzato da una lucida esplorazione che si caratterizza, in ognuno dei 14 brani, in forme spesso diverse. Le linee rigorose, quasi ascetiche, di Caruso s’incontano con il vibrafono su un piano di parità: quest’ultimo non è relegato in un ruolo ritmico o timbrico ma intergisce con il soprano in ambito melodico con inventivi contrappunti. L’interplay è intenso e sviluppa una musica tanto libera e strutturalmente aperta quanto minuziosa nella definizione delle dinamiche, capace di coniugare ricerca astratta e lirismo con compostezza e rigore. Tra i brani più coinvolgenti ricordiamo “Halimedia tuna,” che passa da momenti rarefatti ed evanescenti ad altri cantabili, e “Codium bursa” dove l’interplay disegna percorsi variopinti coniugando lirismo e tensione emotiva.

Valutazione: 3 stelle

Recensione di Marco Carcasi per Kathodik – febbraio 2011

Il Tripterygion, è un piccolo pesce d’acqua salata, che predilige l’oscurità e lo star appartato. Luciano Caruso e Luigi Vitale, son invece, sax soprano e vibrafono. Ed anche, immaginazione, libertà, intransigenza e sottile humor cubista. La coraggiosa bolognese, Aut Records, produce e benedice (se siete curiosi, provate anche gli ottimi Kongrosian). Sfuggente e defilato, “Tripterygion”, si muove singolare (e non poteva esser altrimenti con questa formazione…). Non in piena luce, ma perfettamente consapevole della direzione intrapresa. Che poi è quella, di una visione impro, estremamente flessibile e reattiva, dall’andatura apparentemente caracollante, ma in realtà ferma e decisa. Composizioni, che rifuggono l’aggressione e si muovono circolari, fra una risonanza ed un soffio, una frase carpita alla tradizione ed un paesaggio rigoglioso. Musica che si nutre e lascia compenetrare, dall’elemento silenzio. Dal lirismo struggente, quando sfugge una voce (la meraviglia Chromis chromis). Colti e cameristici, in perfetto equilibrio, fra un saluto/miraggio captato da lunga distanza, che mescola indifferente, blues e jazz, ed il risuonar del campanello, nella testa del pugile suonato. Romanticamente radicali fuor di dubbio ed in continua sospensione nel vuoto (Parablennius gattoruggine, è emozione silente). Inusuale e persuasivo cammino il loro. Compagni di viaggio in vista, pochi. Questo rende ancor più bella, l’immersione nel silenzio circostante. Un percorso da sostener con forza.

Taran Singh onTaran’s Free Jazz Hour

A radio podcasts featuring a track from “Trypterigion”.

Recensione di Mario Gamba per Alias – aprile 2011

Un sopranosassofonista (Caruso) e un vibrafonista (Vitale) impegnati in una escursione sonora in 14 tappe all’insegna della improvvisazione calcolata nell’universo di un “astrattismo” molto mentale. Atmosfere di “freddezza” esacerbata, quindi di un’emotività tanto forte quanto sottotraccia, traiettorie in costante polifonia nelle quali si avvertono le tracce di una cultura dell’atonalità coniugate a forti tentazioni di cantabilità. Che si senta il lascito dello Steve Lacy più radicale, specie nelle parti di Caruso, è inutile nasconderlo. Ma non c’è che un utilizzo sapiente di un’esperienza musicale importante, l’avevano fatto compositori sommi con Webern senza mai diventare epigoni…E poi ci sono le parti rumoristiche, in Balistes carolinensis, per esempio, e quelle con curiose interpolazioni vocali, in Chromis chromis. Tocchi di originalità notevoli.

Recensione di Andrea Ferraris per Sodapop – marzo 2011

Seconda uscita per la Aut, dopo l’esordio Kongrosian/Sabatin con il secondo disco mi sembra evidente che l’etichetta sottolinei come si tratti di una label jazz oriented anche se non esattamente in senso classico, o quanto meno come spesso viene concepito qui da noi (leggi: roba indolore ruffiana da “reazionari” marchettari servi dei servi dei servi). Tralasciato quest’ultimo sfogo da casa-lingua frustrata (o frustata… sempre che non si tratti di una masochista consenziente), sia ben chiaro che Caruso e Vitale non hanno nulla a che fare con i falliti, anzi in un certo senso ci consegnano un disco fruibile, interessante per quanto non si tratti di roba esattamente easy.

Il sax soprano ed il vibrafono si prodigano in una serie di evoluzioni molto eleganti e decisamente ben rifinite; il fatto che la produzione sia molto rotonda, per non dire gonfia, ammorbidisce ulteriormente il suono del duo. Non si tratta sicuramente di jazz molto solare, anzi è sicuramente quel tipo di musica che risente delle influenze marcate della musica contemporanea ma non solo, dato che in diversi passaggi dei due escono dei richiami ad una tradizione da seconda metà del Novecento. L’impasto sonoro si sviluppa su passaggi in cui il gioco preferito di Caruso e Vitale è lavorare in modo parallelo senza per questo perdersi nelle geometrie come se si trattasse di un’uscita “math”. Infatti per quanto i due sappiano lasciarsi degli spazi e reggersi a vicenda invertendo i ruoli da strumento solista e d’accompagnamento, si muovono in molto sincronico. Pur avendo un suono ben definito e senza stare troppo a lavorare sugli effetti alcune tracce riservano delle sorprese, come ad esempio la suspance morbida creata in Chromis Chromis, o la blueseggiante Boops boops. La bellezza di questo lavoro sta nel fatto che i Caruso e Vitale senza doversi buttare sul banco mixer o su chissà quale soluzione dimostrano come si possano ancora combinare bene due strumenti “classici” purché le tracce siano rette da una serie di buone idee che ai due non sembrano mancare.

Recensione di Michele Coralli per Blow up – marzo 2011

Duo di sax soprano e vibrafono per una manciata di improvvisazioni votate all’esplorazione melodica. Schematicamente potremmo dire con uno sguardo orientato al mondo dell’emancipazione del flusso melodico/armonico che in quel jazz degli anni ’60 incontra atonalità e dodecafonia, accantonando momentaneamente l’esercizio quotidiano su standard e assolo. Senza radicalismi Caruso e Vitale si confrontano in quello che i critici jazz definirebbero un buon interplay nella riscoperta di un panorama sonoro fatto ancora una volta di altezze e durate.

(7)

Recensione di Josè Pessoa per Jazz.Pt – luglio-agosto 2011

A Aut Records é uma pequena editora dedicada à música experimental ou de pesquisa. Tentam inserir-se num nicho caracterizado por uma ausência de géneros ou categorias, embora se perceba uma preferência pela improvisação com mais ou menos organização de suporte ou por sonoridades menos usuais. O duo Luciano Caruso em saxofone soprano e Luigi Vitale em vibrafone criaram um álbum que é um excelente exemplo dessa pesquisa pela experimentação e pelo despojamento. Foram buscar como nome para o álbum o Tripterygion, que é um pequeno peixe de água salgada discreto e elusivo no habitat marinho mediterrânico. Habitualmente prefere a escuridão e o isolamento. À sua maneira este é também um álbum discreto e singular com uma música elusiva e dificilmente memorizável. As composições propostas desenvolvem-se com liberdade e humor. As direcções dadas à improvisação são múltiplas e os movimentos são quase sempre lentos e nada agressivos.

Agrada-me em particular o estilo e timbre de Caruso por me fazer lembrar Steve Lacy. O seu fraseado em Parablennius evoca sem margem para dúvida os característicos intervalos e o fraseado de Lacy de um modo cristalino e intenso. É dada uma grande importância ao silêncio deixando-nos por vezes como que a sensação de que tudo paira sobre um palco vácuo ou distante, o que torna a música que surge perante nós ainda mais bela. As frases de ambos os músicos mistu-ram-se e interagem entre si do mesmo modo que se misturam as múltiplas camadas de gravação (nalguns casos) como numa verdadeira sequência de chamada e resposta. O resultado obtido é como se tratasse de um pequeno grupo de câmara e o resultado é por vezes excepcionalmente belo e conseguido. Disso é um excelente exemplo a faixa Boops Boops. Por vezes não é estranha a invocação mais terra a terra do jazz ou dos blues, como por exemplo em Peyssonelia squamaria. Romântico e sincero este duo merece bem a nossa atenção.

Luciano Caruso (saxofone soprano), Luigi Vitale (vibrafone)

John Book on This is book’s Music – May 2013

Tripterygion (Aut) is a unique jazz album by Luciano Caruso (soprano sax) and Luigi Vitale (vibes), and if you’re someone who doesn’t enjoy avant-garde or improvsational jazz, you are not going to like this album. On this, the two musicians have a musical dialogue, an exchange that sounds like two people having a discussion about what happened the night before or throughout the week. Caruso’s saxophone work is alive and vibrant, while Vitale’s vibe work is primarily subdued when it has to be, but very active when it has a statement to be made. In a piece like “Balistes Carolinensis”, the vibraphone takes on a different path, as it is played in a fashion that sounds like someone packing their suitcase, prepared to go on a short vacation. When it reaches “Codium Bursa”, that’s when it gets a bit more musical, although throughout the 14-track experience you discover how musical a conversation can be, whether it’s between the voices of two instruments, a metaphor for the voices of two people. A nice-yet-interesting (and curious) listen.

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