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Review by Marco Buttafuoco for Jazz Convention– October 2017

Siamo, è risaputo, in un’epoca di contaminazioni, di fusion, di crossover musicali. Non è, ovviamente, solo una moda e non è affatto un fenomeno negativo. Molti musicisti hanno antenne più sensibili ai tanti suoni che affollano il mondo globalizzato; hanno la mente più libera, aperta tanto alla tradizione quanto all’innovazione.
Ciò non toglie che molta della tantissima musica “contaminata” che si ascolta ai nostri non vada al di là di un utile esercizio di stile. Non è il caso di questo disco. Francesco Chiapperini musicista di studi classici ma affascinato, secondo le sue stesse parole, da «sonorità più “rough”, appartenenti a un bagaglio storico ben preciso che trova le sue radici nella storia del jazz degli anni sessanta e settanta», riesce con questo trio senza sezione ritmica a proporre una musica interessante dal punto di vista della ricerca sonora ed emotivamente coinvolgente. Il contrasto fra le voci aspre, molto rockeggianti, della chitarra elettrica e la delicatezza del suono dei clarinetti restituisce all’ascolto un paesaggio drammatico, forte, lacerato, talora minaccioso. Lo stesso risultato dà il cozzo fra riff poderosi, sequenze solistiche aggressive e la dolcezza di disegni melodici semplicI ma sempre ricchi di suggestioni. Il piano di Simone Quatrana si muove con forza e delicatezza fra queste due dimensioni, che peraltro spesso sfumano e si sovrappongono. Questa continua e marcatissima dialettica fra chiaro e scuro, fra asprezza e abbandono, anima tutte le sette tracce. Fa eccezione la seconda, la delicata Promenade, caratterizzata oltre che dalla melodia iniziale, da una sognante sequenza pianistica.
Un bel progetto, quello del clarinettista; lo si potrebbe dire coltraniano e per la sua radicalità ma anche per l’autentica ansia di comunicazione emotiva che lo intride. Decisivo per la sua riuscita l’eccellente lavoro dei due partner bravissimi nell’assecondare le intenzioni del leader e incisivi nei loro spazi solistici.

Review by Dave Sumner for Bird is the worm– January 2018

Paradigm Shift is the pattern of sharp images melting into alien shapes, and then reuniting again as something equally vivid, and strangely familiar. On this 2016 release, clarinetist Francesco Chiapperini and his InSight trio were an unending source of stunning waves of intensity and interludes of jaw-dropping beauty. The Aut Records label hit my radar in the latter half of 2016, and had I gotten around to Paradigm Shift a bit sooner, there’s no doubt it would’ve landed a spot on the Best of 2016 list.

Review by Luciano Viotto for Distorsioni– December 2016

Che cosa ha spinto Francesco Chiapperini (Bari, 1978) ad apparecchiare un tavolo sonoro a tre, InSight, ed esplorare gusti, stili aromi e colori distillati con cura in questo splendido “Paradigm Shift”? Quasi un continuo batti e ribatti, question&answer, con un dialogo che si snoda tra il clarinetto basso e soprano di Francesco, gli effetti e la chitarra elettrica di Simone Lobina e le tastiere (piano e keyboard) di Simone Quartana. La partitura in 7 take, tutte di Chiapperini, offrono un disegno ampio, svelato su una tela di cromie, ritmi e timbrici che richiamano la lezione della musica europea del novecento, intrecciatasi nella modernità che l’avanguardia e la ricerca europea e afroamericana hanno sintetizzato nel jazz da Ornette Coleman a John Coltrane, da Eric Dolphy a John Surman, passando anche per le variegate esperienze nostrane (Italian Instabile Orchestra, tra le molte).
Il background di Chiapperini è solidamente ancorato agli studi del Conservatorio e alla lezione di Daniele Cavallanti (nella Creative Jazz Orchestra) sassofonista e compositore tra i migliori della schiera italiana. L’ascolto di Paradigm Shift offre una materia sonora con sensazioni squarciate da continui ritorni alla realtà, fughe nel cosmo e disegni onirici.

France Mon Amour, aperto da una chitarra percussiva sì ma non debordante, apre la strada a fasi più meditate, con la tessitura del piano a poggiare sul fondale del clarinetto. Promenade è una felice rimpatriata negli stilemi otto-novecenteschi, incontra le melodie di una favola à la Debussy che sùbito sembra guardarsi nello specchio del primo Philip Glass, in una dimensione quasi orchestrale. In Only Theme è il trionfo del clarinetto basso che cambia passo e andatura, su un insistito ritmo delle tastiere: qui abbiamo scorto gli accenti della ricerca attenta di Chiapperini, che non sconfina mai in casuali scorciatoie, declinando un discorso tutto dentro al jazz dell’avanguardia, sottolineato nell’uso del clarinetto soprano di Rock Scale, con l’eccellente apporto di Lobina, che alterna le corde elettriche (quasi acustiche) agli effects. Atlas è un magma con i lapilli della chitarra che si evolve in un interplay pieno, con il piano che sembra emergere dai vapori di un suono distrutto, lacerato nelle sottolineature finali del bass clarinet.
Il successivo Oxilia è solo all’apparenza un poema sonoro, leggero, che sìmula una struttura lenta, che volge al meditativo: qui è ancora Lobina a offrire colori tenui e forti al contempo, un fondale dove la nostalgia del clarinetto diventa una voce che richiama orizzonti lontani. Il piano jazz di Quatrana introduce il conclusivo Freezing R con un discorso prima pacato, poi suggellato ancora da Chiapperini con i due clarinetti ad esporre un tema melodico che muta in una lezione melodico-ritmica. Il trattamento del materiale sonoro che Chiapperini ha riservato a questo riuscito Paradigm Shift è intriso di una preziosa sensibilità, che guarda alla ricerca e all’innovazione del suono con forti accenti nell’uso di tecniche dinamiche ed esplorative che lo pongono tra i più interessanti esempi della musica di ricerca.

Voto: 8.5/10

Review by Vincenzo Roggero for All About Jazz– January 2017

La schitarrata iniziale è di quelle che agganciano e mettono di buon umore. Robusta, elettrica, dal riff ipnotico. Poi arriva il piano, dapprima leggero, spensierato, in seguito più misterioso fino all’ingresso del clarinetto basso, arcane sonorità che conducono il brano nei meandri di un viaggio tra luce ed oscurità. Dopo “France Mon Amour,” questo il titolo della traccia in questione, arriva “Promenade,” immerso in atmosfere a cavallo tra Ottocento e Novecento, delicatezza commovente, note dispensate con parsimonia per assaporarne appieno la bellezza, con un sottile senso di inquietudine che gradualmente si impossessa del brano modificandone la valenza percettiva.

Possiamo dire che l’intero Paradigm Shift è giocato su questa doppia dimensione, sui contrasti tra chiaro e scuro, tra acustico ed elettrico, tra introspezione ed estroversione, tra melodie e improvvise impennate ritmiche, tra vuoti e pieni. La combinazione strumentale poco usuale risulta decisiva per la riuscita del lavoro, con la sensibilità e il gusto per la ricerca dei musicisti a fare il resto.

Francesco Chiapperini -sassofonista, clarinettista, compositore di larghe vedute, titolare di formazioni impegnate nell’esplorazione di differenti mondi sonori -soffia nei clarinetti con consumata maestria. La chitarra di Simone Lobina traccia scie elettriche che sostengono, illuminano, punteggiano l’esecuzione con senso della misura e altrettanta originalità. Simone Quatrana si alterna tra piano acustico ed elettrico con disinvoltura, in un approccio essenziale affatto invadente, in perfetta sintonia con le strategie compositive del leader.

3,5/5

Interview by Enrico Bettinello for Il giornale della musica

LA RICERCA DI FRANCESCO CHIAPPERINI
Intervista al clarinettista per il nuovo lavoro in trio, fra ispirazioni francesi e anni Sessanta
Con un solido background formativo sulle spalle e una lucidità progettuale che a volte sembra intensamente complementare alla forza istintuale di alcuni percorsi improvvisativi che predilige, il clarinettista Francesco Chiapperini si sta rivelando come uno dei musicisti più interessanti della scena jazz/impro italiana.

Nato a Bari, ma ormai da anni “milanese”, si è fatto dapprima notare nei progetti legati alle figure di Daniele Cavallanti e Tiziano Tononi, per poi esplorare con curiosa apertura le esperienze più varie, dando vita a progetti come l’Extemporary Vision Ensemble o gli Electric! Electric!

È da poco uscito per la Aut Records un disco a nome del suo trio InSight, con il pianoforte di Simone Quatrana e la chitarra di Simone Lobina, un lavoro di grande intensità, dove l’assenza di strumenti prettamente ritmici consente ai tre di esplorare sonorità dal carattere obliquo e stimolanti relazioni tra improvvisazione e scrittura.

L’occasione ideale per conoscere meglio Francesco Chiapperini attraverso le sue parole.

È da poco uscito il disco Paradigm Shift del tuo progetto InSight. Come nasce il disco di questo trio inusuale, con pianoforte e chitarra ma senza sezione ritmica?

«Paradigm Shift nasce dalla volontà di esplorare le sonorità che ho a disposizione con i clarinetti, strumenti che mi accompagnano da una vita, e a cui vorrei dedicare il “giusto spazio” nei progetti a mia firma, viste le potenzialità timbriche degli stessi. Provengo dal mondo classico (e da qui eredito la stretta comunione ed il dialogo con il pianoforte) e sono affascinato dal suono del legno che si fonde con quello elettrico della chitarra. Ma questo non basta.
La ricerca inevitabile con chi suona gli stessi tuoi strumenti è, per me, fonte di ispirazione e confronto continuo. Ed è da questa ricerca che si fa spazio il nome e la musicalità del francese Louis Sclavis, a cui mi sento molto vicino, in termini di concezione musicale e di espressività clarinettistica. Il suo progetto in trio (Atlas Trio) è stato folgorante per me: ecco che dunque è nato InSight. È stata una vera e propria illuminazione. E, per ringraziare indirettamente tale “visione musicale”, ho dedicato un brano del disco (“Atlas”) proprio al trio di Sclavis».

Facciamo qualche passo indietro e torniamo alla tua formazione jazzistica. So che la figura di Daniele Cavallanti e una scena storia creativa milanese (quella dei Nexus, per intenderci) sono state un tuo importante riferimento. Cosa, in particolare, ha suggerito – e ancora suggerisce – quell’esperienza al tuo concetto di improvvisazione?

«Cavallanti, Tononi e Nexus sono state le prime realtà jazz con cui sono venuto in contatto quando mi sono trasferito a Milano. Conoscere Tiziano e Daniele, ascoltare i loro lavori in disco, e il poter rendersi conto di essere “in comunione” con il loro sentire e il loro jazz è stato ed è per me faro e guida del mio percorso. L’energia improvvisativa, il richiamo sciamanico di sonorità africane, la tensione delle loro linee tematiche sono i tre elementi che continuo a portare dentro di me e su cui lavoro, soprattutto quando ho la fortuna di condividere palchi e musica con loro.
Sono attratto dagli anni e dalla musica che loro hanno vissuto appieno. Trovo che l’evoluzione del jazz che ha portato ad Ornette Coleman, Eric Dolphy, Charles Mingus, John Coltrane e a tutti i grandi esponenti degli anni Sessanta che hanno lasciato un solco nella storia della musica, sia uno dei punti più alti ed espressivi della creatività jazzistica».

Nella tua musica le sonorità elettriche mi sembrano avere un ruolo molto peculiare, a maggior ragione dal momento che gli strumenti che suoni sono acustici. Ci racconti brevemente come funzionano questi mondi, quali sono le influenze che entrano nel tuo discorso compositivo e quali le altre suggestioni?

«Amo particolarmente il suono distorto o comunque “rielaborato” della chitarra elettrica: mi affascinano le diverse caratterizzazioni che possono risultare dall’applicazione di effetti e pedali. Mi piace il ruolo “naturalmente rock” che la chitarra elettrica può assumere. Di conseguenza, ritengo interessante il contrasto timbrico che si viene a creare con uno strumento acustico. Resto anche affascinato da come suoni provenienti da strumenti così differenti possano amalgamarsi e fondersi in maniera tale da poterli percepire come un unico suono e allo stesso tempo chiaramente distinti. Non ho particolari influenze elettriche in termini di ascolto o di esperienze, ho solo la “pancia emozionale” che vibra e che mi spinge in questa direzione, che però, mi piace ricordare, non è l’unica che concepisco».

Sia Simone Lobina che Simone Quatrana, tuoi partner nel disco, fanno parte con te del Novara Jazz Collective, collettivo a geometria variabile di musicisti di area lombardo/piemontese che ha trovato nel festival un importante occasione progettuale. Raccontaci qualcosa di questa avventura del Collective.

«Il Novara Jazz Collective è la sintesi di due mondi nata su impulso di Corrado Beldì, presidente di NovaraJazz: mi riferisco al mondo strumentistico di noi musicisti milanesi che facciamo parte del Collettivo e quello organizzativo del Festival, che vede in noi uno “zoccolo duro” in termini di presenza territoriale, proposte musicali e – soprattutto – musicisti su cui poter far leva nell’atto di diffusione di un linguaggio jazzistico moderno sul territorio. Il NovaraJazz Collective nasce infatti come supporto a NovaraJazz per laboratori, didattica, workshop nazionali ed internazionali curati e tenuti da musicisti italiani e/o stranieri».

Nel disco, al di là del riferimento “linguistico” evidente dei primi due temi (“France mon amour” e “Promenade”), trovo più di qualche familiarità con la scena francese – pensavo a Louis Sclavis prima di intervistarti e ne hai parlato subito, ad esempio. È l’occasione per chiederti qualcosa sul tuo rapporto con la scena europea.

«Sì, Sclavis è il faro dei miei ascolti europei in ambito clarinettistico. Seguo anche musicisti come Michel Portal e John Surman, anche se di quest’ultimo preferisco i primi lavori. Più in generale, se penso alla scena jazzistica europea, l’ascolto “pulito” di questo tipo di approccio, spesso la volontà nello scomporre il ritmo e nel rendere tutto più complicato, perché altrimenti non è bello, o, altre volte, la troppa commistione con la musica classica cameristica come sonorità a cui ci si accosta e magari da cui non si è passati attraverso un percorso strumentistico, non mi rendono un gran filoeuropeista (sempre musicalmente parlando, s’intenda!). Il mio sentire è orientato verso sonorità più “rough”, appartenenti ad un bagaglio storico ben preciso che trova le sue radici nella storia del jazz degli anni sessanta e settanta. Mi sento più vicino ad un periodo storico che ad una nazione. Si tratta solo di ricerca di emozioni e di connotati che caratterizzano un certo tipo di musicalità».

Quando ho avuto modo di conoscerti e frequentarti, la scorsa primavera per un progetto con Rob Mazurek, una cosa che mi ha colpito molto è stata non tanto sapere che oltre a quello di musicista hai anche un altro lavoro che non c’entra con la musica (cosa che purtroppo a volte è una necessità), ma la tua capacità di gestire questi due mondi molto diversi con la medesima eccellenza e professionalità. Non voglio entrare magari in ambiti che è giusto restino separati, ma ti chiedo qualche riflessione, se ti va, su questo…

«A oggi molti musicisti che frequento e che conosco lavorano come insegnanti: io ho scelto di intraprendere un percorso accademico in ambito economico perché mi piacciono i numeri e lo studio degli stessi e della loro applicazione. Penso che non ci sia differenza tra le due realtà, si parla solamente di due lavori necessari per poter vivere e poter dedicarsi, con il poco tempo che resta, alla musica.
La società in cui viviamo non contempla la professione del musicista in senso stretto e non ci resta che convivere con tale assunto, anche se sovraimposto. Si tratta solamente di gestire un equilibrio che a volte ruba tempo (vorrei poter studiare molto di più di quanto non faccia), ma che permette di poter affrontare la propria vita musicale in maniera più serena. Il problema alla base di tutto questo resta a mio modo di vedere il mancato riconoscimento della professione da parte delle istituzioni e la mancanza di soldi per stipendiare l’attività stessa dei musicisti».

Aprendo la tua pagina web si è colpiti dalla varietà di progetti attivi a cui partecipi (e che guidi): sinteticamente come stanno procedendo le varie band come NoPair, Marcos Quartet, Extemporary Vision Ensemble, Electric! Electric! e Nido Workshop? Quali le esigenze cui rispondono nel tuo quadro artistico complessivo?

«Ogni progetto è figlio del percorso musicale che ho intrapreso e che sto percorrendo. Gli impasti sonori che derivano da tali progetti rispecchiano gli ascolti che mi accompagnano e la sperimentazione in termini di numero di strumenti (e strumentisti) coinvolti, ne è diretta conseguenza. È una sorta di processo che può essere assimilato a quello alla base del funzionamento dei neuroni specchio. Assimilo lo stimolo musicale che mi proviene dall’esterno e cerco di interiorizzarlo facendolo mio per poi riproporlo in termini di composizioni e di visioni personali».

Quali i tuoi prossimi progetti, dunque? «Attualmente ne ho in mente tre differenti, ma mi sto prendendo del tempo per poterli affinare meglio. Il primo sarà ancora opera dell’Extemporary Vision Ensemble, in un’altra nuova formazione (sempre però “pescando” dai musicisti che hanno a oggi inciso i due lavori precedenti, anche se uno deve ancora veder la luce in termini di uscita discografica…) e dedicato alla guerra raccontata attraverso i canti alpini. Sto contemporaneamente lavorando su composizioni dedicate ad Out to Lunch e ad Eric Dolphy in generale, altra colonna portante che rispecchia la mia visione musicale. È un lavoro difficile e a cui tengo particolarmente. Infine, ho in mente di esplorare la formazione del trio in un’accezione più “orientale”, ma non vorrei sbilanciarmi troppo, anche perché il tempo, forse, potrà far cambiare alcuni dettagli progettuali».

Cosa gira nell’i-Pod/lettore/piatto di Francesco Chiapperini in queste settimane?

«Stamattina ascoltavo Brown Rice di Don Cherry. È un periodo in cui le mie orecchie hanno bisogno di sonorità potenti e quindi spazio dai due dischi di Bitches Brew , ai lavori in ottetto di David Murray passando anche per John Zorn & Electric Masada e il Birds of Fire della Mahnavishnu Orchestra».

Review by Stefano Dentice for Roma in Jazz

Architetture armoniche e sonore ponderate con lodevole sagacia e vivida creatività, scaturite da una profonda ricerca che strega all’istante. “Paradigm Shift” è la nuova creazione discografica partorita dall’onnivora ed elastica mente del clarinettista e compositore Francesco Chiapperini, brillantemente coadiuvato in questa avventura da Simone Lobina (chitarra ed effetti) e Simone Quatrana (pianoforte e piano elettrico).

La tracklist consta di sette brani frutto dell’ingegnosità compositiva di Chiapperini. “Promenade” è una composizione avvolta in un climax etereo, crepuscolare. L’incedere di Quatrana straripa di ipnotiche dissonanze che strizzano l’occhio alla dodecafonia. Chiapperini e Lobina dialogano fittamente aprendosi a divagazioni free. La suspense in “Only Theme” si taglia a fette, in cui si trasmette la vaga sensazione di ascoltare un commento musicale tratto da un film thriller o horror. Chiapperini dà vita a un sermone sinuoso, in cui sfrutta magistralmente la ricca gamma timbrica del suo strumento. Il riff di piano inziale di “Freezing R” è particolarmente accattivante. L’eloquio del clarinettista è vibrante, colmo di fulminee impennate cromatiche e ornato da alcune seducenti sfumature bluesy. Lobina cesella un playing evocativo, pregno di suoni graffianti e taglienti, di forte impatto. L’efficace pianismo di Quatrana è ingemmato da turbinose outside phrases. “Paradigm Shift” è un disco che affonda le radici nel free, nel contemporary jazz e nell’avant-garde jazz, dal quale trasuda una convincente spregiudicatezza concettuale e stilistica mai a detrimento della musicalità e dell’espressività.

Review by Dave Foxall for A Jazz Noise

It begins with a repetitive crunchy rhythm guitar. The ear expects drums and a bassline to kick in any moment, maybe some vocals. Instead, we get a jazz-ish piano extemporisation. As guitar and piano settle back a little, cue a slightly mournful (aren’t they all?) bass clarinet solo. Introductions are over, a theme is stated in unison and as the ear once again anticipates some kind of song, Chiapperini & Co. wrong-foot us again (or ‘wrong-ear’) with a left turn into improvised upper-register guitar lines over a feedback drone. That opening track (France Mon Amour) sets out the stall: a bassless, drumless space in which guitar, piano and reeds are let loose to roam and explore – composed themes and passages give structure, and the wide open landscape offers a freedom; one that is exploited to the full but never abused.

This is no aggressive noisefest but rather a carefully constructed environment with endless room for surprises: the thoughtful meditation of Promenade with its slowly expanding menace; the shifting identities in Only Theme as one voice seems to blur into the next; the frenetic scrambling start of Rock Scale that gives way to a cracked bell rhythm chord, circling klezmer-ish clarinet, and Lobina’s guitar gnawing at the edges.

And so it goes…

The instrumentation may seem unusual but it’s only the absence of the traditional rhythm section that makes it so – the three voices are more exposed, less constrained maybe, and that allows the trio to turn in any direction they choose – the road ahead is not mapped out and the three musicians take compelling advantage of that fact to produce something that combined moody introspection with elegiac flights of imagination.

I had to buy this disc when Bandcamp cut me off. I realised I’d used up all my free listens without even noticing. That’s rare. So is this music.

Review by John Book for This is Book’s Music

Hearing something new from ther Germany-based label Aut is always unpredictable and I like that, because I enjoy having trust in a label but unsure of what they’re going to throw out into the world, and this is no exception. Paradigm Shift is a new project involving Francesco Chiapperini along with Simone Lobina and Simone Quatrana. What surprised me at first was the sound of guitars, as the label doesn’t offer shine the spotlight on guitarists or the sound of the guitar so I thought “whoa, what is this?” The music on this 7-track album felt more like a progressive rock album of a Pink Floyd variety but then things get more jazzy in pieces like “Atlas” and “Onlu Theme” and it’s more jazzy than what I’ve come to expect from Pink Floyd, even in their jazzier moments.

Yet ask someone who is more into progressive rock or even progressive jazz and they’re probably tell you “know, this sounds more like Krautrock” or “have you heard of Osanna? This sounds more like them but without ballads.” Regardless of what ones perspective is of this music, Paradigm Shift is something that does offer a new perspective each time you listen to it, and I like the fact I’m willing to listen to this differently and come out wanting to hear more.

Review by Alberto Bazzurro for L’isola che non c’era

Si torna al trio, ora con un’unica ancia, il clarinetto (anche basso) del leader Francesco Chiapperini¸ più chitarra e piano (anche elettrico), in Paradigm Shift (AUT), album ideale per guadare dalla sezione chitarristica a quella pianistica della nostra odierna rubrica. Il disco carbura poco per volta, in avvio sorprendendo un po’ per la distanza dal precedente, molto apprezzato, “Our Redemption”, poi crescendo alla distanza, in un clima ora scuro, ora più nervoso.

Review by Ettore Garzia for Percorsi Musicali

Emigrato da Bari a Milano, Francesco Chiapperini è musicista di cui ho già assecondato le qualità in precedenti scritti. Qui lo riprendo in considerazione per via di un trio che ha una logica ben precisa per il clarinetto: assieme al chitarrista Simone Lobina e al pianista Simone Quatrana, nella progettualità definita come “InSight”, Chiapperini si dirige verso un settore della musica dove l’equilibrio del tema è essenziale; fulminato dai francesismi del novecento e soprattutto dai panorami sonori di Louis Sclavis, Chiapperini cerca di affermare il proprio senso musicale, attraverso un’operazione che in qualche modo capta l’onda dell’Atlas Trio di Sclavis e del suo relativo sbocco lavorativo in Sources con Coronado e Moussay. Rispetto a quest’ultimo ne riprende il clima intimo e quasi misterioso e forse il Paradigm shift dell’InSight sfiora anche un plagio nell’incipit chitarristico dell’iniziale France mon amour (che ricorda il framezzo di Prés d’hagondange), ma poi rivela un carattere più forte e con meno delicatezze dei francesi, dimostrando che sono possibili percorsi calibrati sulla propria estetica, in tal modo evidenziando un impatto strumentale e una bravura dei musicisti che forse mancavano persino nel Trio di Atlas.
Gli interventi di Chiapperini disseminati con cura nel corso del lavoro spesso si traducono in veri e propri assalti (o sussulti) emotivi allo strumento come succede in Only Theme o Rock scale; per Lobina e Quatrana numerose sono le occasioni per far emergere la propria fantasia (i propri lavori solistici rivendicano già un forte interesse), un compito che si avvale di qualsiasi mezzo stilistico e di molte trasversalità della musica del novecento, a tutto nutrimento del suono complessivo. Alla fine ciò che si compone e si presenta davanti a noi è un micro-linguaggio, una “illuminazione” che nasce di concerto al tema esplicato, che pretende la sua via ed è diversa dai focolai pastello di Sclavis, più vicina alle atmosfere dinamicamente più forbite del Miles Davis elettrico e della scrittura rock di un certo tipo.

Review by Marco Carcasi for Kathodik

Illuminazioni istantanee e ben strutturati spazi compositivi.
Chitarra elettrica, clarinetto e piano (Simone Lobina, Francesco Chiapperini, Simone Quatrana), in sovrapposizione o martellamento ritmico.
Tra fluide sezioni impro/lisergizzate e accenni un tot rock.
Febbri pianistiche di grazia cameristico/contemporanea, crepuscolari slabbrature melodiche non ritorte, intense atmosfere soundtrack (la notevole Promenade), sgocciolamenti, insistenze e spigoli in evidenza.
A grattar il fondo, la giusta grammatura di blues in avvinghio con elementi post RIO (Oxilia), spifferi di melodie popolari e una controllata tritatina in conclusione (Freezing “R”).
In energica performance a spazzar via ogni eccesso di complessità.
Serve altro?

Review by Federico Savini for Blow Up

Sulla carta il trio del clarinettista Francesco Chiapperini è perfettamente in linea con quelli organizzati dal geniale Jimmy Giuffre, completato com’è dal pianista dal pianoforte di Simone Quatrana e dalla chitarra elettrica di Simone Lobina. L’attacco di France Mon Amour sorprende con il ruvido rifferama rock della chitarra mentre il piano snocciola saliscendi da classica contemporanea. Non sempre la sei corde s’increspa, lasciando anche molto spazio a distensioni quasi psichdeliche mentree piano e clarino s’intrecciano su panorami scabri e grigiastri, all’insegna di una musica libera dai dogmi estetici, sempre severa ma mai prevedibile. (7/8)

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